COGITO, ERRO, SUM
Ecco la mia ultima pisciata kilometrica da quel di Barcellona. Parla dell'errore ed è nata dalle dissertazioni filosofiche tenutesi di recente tra me e il cipollone...
Lerrore è sempre definito da un sistema di regole precostituite. Una volta creato, il sistema determinerà come errore tutto ciò che non può annoverare tra i propri teoremi “veri”. Senza che ci si soffermi sulle distinzioni all’interno di tutto quello che è l’infinito anti-sistema degli errori rispetto al sistema (in cosa per esempio è diverso l’errore “2+2=5” da “2 2+=4; si possono liquidare superficialmente entrambi come errori senza distinguere tra errore logico e sintattico?), sembra evidente che il modo di pensare dell’homo occidentalis lo porti sempre a rimenare temporaneamente spiazzato di fronte all’incongruenza. C’è chi aggrotta le ciglia, chi pondera, chi si diverte, chi rifiuta, ma è solo questione di tempo prima che il nuovo errore venga catalogato, classificato e, dunque inserito nel contesto del sistema. Addirittura ne avalla la validità: (la tanto fantomatica quanto ingiustificata eccezione che conferma la regola). Le due maggiori incongruenze radicate in questa visone etnocentrica (dalla quale neanche io sono esonerato) sono a mio avviso:
1. L’idea che la logica sia la norma e l’errore sia l’eccezione è fallace; l’illusione di poter circoscrivere la zona di influenza di concetti ricorsivi o paradossali come “Questa enunciazione è falsa” è come definire un lenzuolo “integro e uniforme” anche se è pieno di buchi, considerando tutto il lenzuolo con l’esclusione delle sue zone bucate, come se non esistessero. Inoltre il lenzuolo è infinito e contiene buchi in ogni sua parte; significherebbe avere da delimitare zone per l’eternità.
2. Ogni sistema si dipana attorno a uno sparuto numero di assiomi e postulati a cui credere con fede cieca: due rette parallele non si incontrano mai. Ok, ci credo. Salvo poi che qualcuno non se ne esca fuori con la geometria non eucliedea… Finché ci si crede, non ci si chiede: “E se il postulato contenesse un errore? Si propagherebbe per tutto il sistema! E io starei facendo un lavoro ulteriormente inutile cercando di limitare i danni dovuti alle incongruenze “impreviste”!
Sappiamo (se ci crediamo) che l’evoluzione genetica è data da uno scarto, da un “errore” nella copia del genoma. La prima implicazione non filosofica di questa “verità scientifica” è che io sono più evoluto dei miei genitori in ragione di un errore di trascrizione non previsto ma al contempo inevitabile. Qui l’imprevedibile non è imprevisto. Non è un incidente di percorso, è ciò che fa avanzare nel cammino, ne è l’essenza stessa. Il movimento.
C’è un modo per acquisire una consapevolezza profonda, zen di questo concetto? Possiamo integrarla nel nostro modo quotidiano di ragionare sulle cose? Le persone più emotive in parte già lo fanno senza saperlo; ma i sentimenti sono solo uno degli ambiti che prevaricano il campo di indagine della logica ortodossa alla quale, volenti o nolenti, ci aggrappiamo tutti. Gli argomenti che non superano l’esame della logica alla fin fine sono apocrifi; un po’ come tutto ciò che non è medicina ufficiale per il Cicap (poi vai a vedere e la “verità scientifica” per cui un farmaco funziona è data da un fattore statistico: funziona per il 50% +1 del campione? Allora è una medicina vera). La logica non ti aiuta a capire te stesso o gli altri, o il mondo. Dovrebbe farlo, ci illudiamo che lo faccia, perché è rassicurante; ci sembra che al nostro cervello si adatti perfettamente, come se esistesse già in natura e noi non facessimo che leggerla in essa. In realtà è vero (anche?) l’opposto: è il cervello che si adatta alla logica con cui è stato educato dalla nascita. Chiedete ad un indiano che metodi di indagine usi per comprendere il mondo. Suppongo non si limiterebbe a parlare delle percezioni sensoriali; parlerebbe almeno di nove o dieci sensi. Per non parlare dei molteplici Chakra. C’è qualcosa che manca, qualcosa che abbiamo perso noi occidentali per la nostra più grave carenza come cultura: non riusciamo a fare tesoro delle culture altrui. Certo, siamo i più forti, i più tecnologizzati, ma in un'ottica che alla lunga mi da l’idea del bulletto o del fighetta ricco (quello che ha sempre l’ultimo modello di I-pod e/o cellulare) che se la comandano finché stanno al liceo, ma che verranno fatti a pezzi nel mondo a ragione della loro poca elasticità mentale.
Storicamente abbiamo prima sparato e successivamente abbiamo chiesto chi era (molto successivamente, quando i colpevoli erano già morti di morte naturale e non c’era più nessuno da incolpare se non un generico contesto storico). E quando abbiamo chiesto chi era è sempre stato per una funzionalità (abolire la schiavitù per conquistare voti; informarsi sull’islam dopo l’11-9 quando prima non ce ne fregava una sega; ecc..). Ma la questione è più profonda: non riusciamo realmente a vedere al di là del nostro naso; non capiamo che uno scambio reciproco non è un concetto di proprietà della Freak & Hippy s.p.a., ma è in un senso molto più pratico il maggior profitto per sé stessi. Solo che ci vuole tempo per vedere i risultati, se avessimo aspettato di vedere cosa ci potevano dare i nativi americani prima di bollarli come barbari e sterminarli tutti, ora non li rimpiangeremmo con lacrime di coccodrillo. Il popolo degli irochesi, negli ultimi 50 anni prima di scomparire da questo pianeta (almeno nella forma umana), hanno fatto talmente tanto tesoro della tekne imparata dagli americani, da riuscire a rendere produttiva una zona totalmente desertica e ritenuta improduttiva (motivo per il quale i cow boys li avevano relegati in quella regione) impiegando tecnologie modernissime per quei tempi. Visto che il loro compito era esaurito, i bianchi li hanno trucidati per prendere possesso del terreno ora rigoglioso. Ci è bastato come al solito vedere un guadagno facile e a portata di mano per non capire più un cazzo e fare razzia prima che la facesse qualcun altro (ecco come ragioniamo). Se avessimo lasciato vivere gli irochesi, forse adesso il Sahara visto dal satellite saharebbe una immenso prato verde. Dove nascono speranze.
Pensare che questi siano modi di vedere relegati ad uno specifico momento storico, come l’inquisizione, è l’ennesimo errore di valutazione etnocentrico.
Il fatto che ci sentiamo oggi in diritto di dire ai paesi islamici di non praticare l’infibulazione, dimostra la nostra superbia nei confronti delle altre culture, tanto da ritenerci in diritto di avere voce in capitolo sulle loro pratiche brutali. Intendiamoci: lungi da me giustificare o anche solo capire l’infibulazione, ma che diritto ho io di dire a un altro popolo cosa fare e cosa non fare? Il fatto che io non riesca proprio a comprenderne il motivo, non implica che sono talmente lontano da quel modo di pensare da non avere nessun titolo per dire la mia? E da qui il passo è breve verso il terrore del relativismo assoluto che porta a dare dignità o a legittimare nazismo o Ahmadinesjad. Ma chi è il più grande avversario del relativismo? Papa Ratzi. Possibile che la scelta sia così limitata? E se la verità fosse, come sempre, nella sintesi? Quella sintesi che è paradossale e dunque non riusciamo a metabolizzarla (relativismo e assolutismo insieme). E’ difficile rivoluzionare un così radicato punto di vista. Ma vale sempre la pena provare.
Il numero ZERO (invenzione araba) è stato duramente combattuto per tutto il periodo classico, ellenico e quasi tutto l’impero romano, prima che gli occidentali ne adottassero l’ostico concetto. Un concetto molto pericoloso per la logica; un numero troppo fuori dagli schemi per poterlo inserire nel sistema senza controindicazioni (quanto fa 5/0? Provate con una calcolatrice, anche quella del pc…).
Fino ai giorni nostri ci portiamo appresso questo retaggio di presunzione; anche l’intellettuale più umile e ben disposto non può fare a meno di ritenere che i propri valori moderni che nascono con la rivoluzione francese e l’illuminismo, ci rendano migliori degli altri popoli che non sono “secolarizzati”. A mio avviso questo termine è spesso usato a sproposito. Se si guarda sotto una certa prospettiva, il mondo islamico fa parte dell’occidente come ne fanno parte i paesi dell’est Europa; fino all’inizio del secolo scorso l’impero ottomano faceva parte dell’Europa. Può sembrare bizzarra come categorizzazione, ma solo se non la si contrappone ad un oriente in cui l’idea di un concetto non è mai così specifica come da noi e ragionare ha a che fare con altri organi oltre alla testa. In questa distinzione paesi dell’est Europa e i paesi islamici rappresentano, ciascuno a modo suo, un ibrido tra le due culture, anche se la loro chiusura mentale è tipica degli occidentali.
Il nostro spiritualismo è da discount: noi diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, per evitare conflitti tra poteri; in molti paesi del mondo islamico questi due poteri non sono separati; non hanno secolarizzato. Ma come si fa a parlare in questi termini di Paesi come Cina, Giappone o India? Là non puoi neanche parlare dei due argomenti separatamente; le loro categorie, se così si possono chiamare, sono molto più sfumate e sembra che nei loro modi di vedere, ogni cosa sia collegata a tutto il resto. Come capisci il comunismo in Cina se cerchi risposte in Marx e Lenin senza considerare Confucio o il Buddismo? Come puoi parlare del sistema di caste in India senza implicare un discorso religioso, filosofico, sociale? Da noi ormai la casta è solamente una questione politica, perché l’età dei lumi ha stabilito che tutti gli uomini nascono uguali. E questo concetto ci piace tanto che lo estendiamo anche agli altri popoli. Anche a loro insaputa; per il loro bene. Mi fa pensare alla storiella di “esportare democrazia”.
Al livello individuale i più ingenui si accontentano del dogma religioso che gli propina il sistema-Paese in cui è nato, senza porsi il dubbio che se fossero nati nell’altro emisfero è presumibile che la loro fede cieca sarebbe stata nei confronti di un’altra divinità. D’altronde i più aperti di noi cercano nelle filosofie orientali ciò che abbiamo perso da secoli e, non potendo ovviamente affittare una spiritualità da una cultura altra, ci ritroviamo a scimmiottare pratiche ascetiche e di meditazione o a intuire senza poter sentire profondamente la maggiore completezza della visione orientale e continuiamo a pendere dalle labbra del para-guru di turno in una specie di fumettistico balletto etno-new-age in cui si mescolano insieme Buddismo, Matrix, Shiva, tatuaggi Inca, portafortuna e tamburi africani, cinema di Hong Kong, didjeridoo, dreadlock, incenso alla vaniglia, copricapi peruviani, tarocchi e Handy Warhol. E chi più ne ha più rimorchia.
Questo è l’errore dell’occidente. Un errore che si evolve e si protrae come un essere vivente indipendente, ma che non si estingue mai. Ogni cultura ha i suoi errori. Da italiano però mi sento in diritto di parlare solo di quelli della mia.
Diceva Cartesio “Cogito ergo sum”. E tutti appresso come pecoroni, perché ci soddisfa come concezione dell’esistenza. Perché è il modo più funzionale per affrontare il mistero della vita; perché la nostra cultura è andata via via sempre più strutturando sistemi sociali razionali, basati su criteri comuni a tutti, non su ridicole e personali superstizioni. Questo ci ha reso la civiltà più progredita da un punto di vista tecnico e quando la nostra strada si è separata da quella del popolo islamico, quanto più loro erano legati alla religione e alla tradizione, tanto più noi ci affidavamo ai lumi per capire, morto Dio, chi dovesse decidere cosa fosse il bene pubblico. Cinesi e mediorientali erano più avanti di noi prima, eravamo noi i barbari da un certo punto di vista. Poi abbiamo scelto la conoscenza scientifica, ma a prezzo di perdere Dio, l’anima. L’archetipo è quello di Faust.
Dobbiamo accettare che l’esistenza batte tutte le strade possibili prima o poi e noi siamo solo una strada tra le tante; la democrazia è il peggior regime possibile; esclusi tutti gli altri, diceva Churchill. Questo può essere vero ora, ma magari non sarà così per sempre. La questione non è chi ha ragione e chi torto; è accettare che tutto è vero se ci si crede. Cogito ergo sum? Allora perché non “dormo dunque sono”? Maometto è il Profeta. Gesù è il Messia. E il Messia deve ancora arrivare. Sono tutte delle verità. E se questa contraddizione vi infastidisce perché è un paradosso, vi conviene farci l’abitudine.
Lerrore è la norma.
Ecco la mia ultima pisciata kilometrica da quel di Barcellona. Parla dell'errore ed è nata dalle dissertazioni filosofiche tenutesi di recente tra me e il cipollone...
Lerrore è sempre definito da un sistema di regole precostituite. Una volta creato, il sistema determinerà come errore tutto ciò che non può annoverare tra i propri teoremi “veri”. Senza che ci si soffermi sulle distinzioni all’interno di tutto quello che è l’infinito anti-sistema degli errori rispetto al sistema (in cosa per esempio è diverso l’errore “2+2=5” da “2 2+=4; si possono liquidare superficialmente entrambi come errori senza distinguere tra errore logico e sintattico?), sembra evidente che il modo di pensare dell’homo occidentalis lo porti sempre a rimenare temporaneamente spiazzato di fronte all’incongruenza. C’è chi aggrotta le ciglia, chi pondera, chi si diverte, chi rifiuta, ma è solo questione di tempo prima che il nuovo errore venga catalogato, classificato e, dunque inserito nel contesto del sistema. Addirittura ne avalla la validità: (la tanto fantomatica quanto ingiustificata eccezione che conferma la regola). Le due maggiori incongruenze radicate in questa visone etnocentrica (dalla quale neanche io sono esonerato) sono a mio avviso:
1. L’idea che la logica sia la norma e l’errore sia l’eccezione è fallace; l’illusione di poter circoscrivere la zona di influenza di concetti ricorsivi o paradossali come “Questa enunciazione è falsa” è come definire un lenzuolo “integro e uniforme” anche se è pieno di buchi, considerando tutto il lenzuolo con l’esclusione delle sue zone bucate, come se non esistessero. Inoltre il lenzuolo è infinito e contiene buchi in ogni sua parte; significherebbe avere da delimitare zone per l’eternità.
2. Ogni sistema si dipana attorno a uno sparuto numero di assiomi e postulati a cui credere con fede cieca: due rette parallele non si incontrano mai. Ok, ci credo. Salvo poi che qualcuno non se ne esca fuori con la geometria non eucliedea… Finché ci si crede, non ci si chiede: “E se il postulato contenesse un errore? Si propagherebbe per tutto il sistema! E io starei facendo un lavoro ulteriormente inutile cercando di limitare i danni dovuti alle incongruenze “impreviste”!
Sappiamo (se ci crediamo) che l’evoluzione genetica è data da uno scarto, da un “errore” nella copia del genoma. La prima implicazione non filosofica di questa “verità scientifica” è che io sono più evoluto dei miei genitori in ragione di un errore di trascrizione non previsto ma al contempo inevitabile. Qui l’imprevedibile non è imprevisto. Non è un incidente di percorso, è ciò che fa avanzare nel cammino, ne è l’essenza stessa. Il movimento.
C’è un modo per acquisire una consapevolezza profonda, zen di questo concetto? Possiamo integrarla nel nostro modo quotidiano di ragionare sulle cose? Le persone più emotive in parte già lo fanno senza saperlo; ma i sentimenti sono solo uno degli ambiti che prevaricano il campo di indagine della logica ortodossa alla quale, volenti o nolenti, ci aggrappiamo tutti. Gli argomenti che non superano l’esame della logica alla fin fine sono apocrifi; un po’ come tutto ciò che non è medicina ufficiale per il Cicap (poi vai a vedere e la “verità scientifica” per cui un farmaco funziona è data da un fattore statistico: funziona per il 50% +1 del campione? Allora è una medicina vera). La logica non ti aiuta a capire te stesso o gli altri, o il mondo. Dovrebbe farlo, ci illudiamo che lo faccia, perché è rassicurante; ci sembra che al nostro cervello si adatti perfettamente, come se esistesse già in natura e noi non facessimo che leggerla in essa. In realtà è vero (anche?) l’opposto: è il cervello che si adatta alla logica con cui è stato educato dalla nascita. Chiedete ad un indiano che metodi di indagine usi per comprendere il mondo. Suppongo non si limiterebbe a parlare delle percezioni sensoriali; parlerebbe almeno di nove o dieci sensi. Per non parlare dei molteplici Chakra. C’è qualcosa che manca, qualcosa che abbiamo perso noi occidentali per la nostra più grave carenza come cultura: non riusciamo a fare tesoro delle culture altrui. Certo, siamo i più forti, i più tecnologizzati, ma in un'ottica che alla lunga mi da l’idea del bulletto o del fighetta ricco (quello che ha sempre l’ultimo modello di I-pod e/o cellulare) che se la comandano finché stanno al liceo, ma che verranno fatti a pezzi nel mondo a ragione della loro poca elasticità mentale.
Storicamente abbiamo prima sparato e successivamente abbiamo chiesto chi era (molto successivamente, quando i colpevoli erano già morti di morte naturale e non c’era più nessuno da incolpare se non un generico contesto storico). E quando abbiamo chiesto chi era è sempre stato per una funzionalità (abolire la schiavitù per conquistare voti; informarsi sull’islam dopo l’11-9 quando prima non ce ne fregava una sega; ecc..). Ma la questione è più profonda: non riusciamo realmente a vedere al di là del nostro naso; non capiamo che uno scambio reciproco non è un concetto di proprietà della Freak & Hippy s.p.a., ma è in un senso molto più pratico il maggior profitto per sé stessi. Solo che ci vuole tempo per vedere i risultati, se avessimo aspettato di vedere cosa ci potevano dare i nativi americani prima di bollarli come barbari e sterminarli tutti, ora non li rimpiangeremmo con lacrime di coccodrillo. Il popolo degli irochesi, negli ultimi 50 anni prima di scomparire da questo pianeta (almeno nella forma umana), hanno fatto talmente tanto tesoro della tekne imparata dagli americani, da riuscire a rendere produttiva una zona totalmente desertica e ritenuta improduttiva (motivo per il quale i cow boys li avevano relegati in quella regione) impiegando tecnologie modernissime per quei tempi. Visto che il loro compito era esaurito, i bianchi li hanno trucidati per prendere possesso del terreno ora rigoglioso. Ci è bastato come al solito vedere un guadagno facile e a portata di mano per non capire più un cazzo e fare razzia prima che la facesse qualcun altro (ecco come ragioniamo). Se avessimo lasciato vivere gli irochesi, forse adesso il Sahara visto dal satellite saharebbe una immenso prato verde. Dove nascono speranze.
Pensare che questi siano modi di vedere relegati ad uno specifico momento storico, come l’inquisizione, è l’ennesimo errore di valutazione etnocentrico.
Il fatto che ci sentiamo oggi in diritto di dire ai paesi islamici di non praticare l’infibulazione, dimostra la nostra superbia nei confronti delle altre culture, tanto da ritenerci in diritto di avere voce in capitolo sulle loro pratiche brutali. Intendiamoci: lungi da me giustificare o anche solo capire l’infibulazione, ma che diritto ho io di dire a un altro popolo cosa fare e cosa non fare? Il fatto che io non riesca proprio a comprenderne il motivo, non implica che sono talmente lontano da quel modo di pensare da non avere nessun titolo per dire la mia? E da qui il passo è breve verso il terrore del relativismo assoluto che porta a dare dignità o a legittimare nazismo o Ahmadinesjad. Ma chi è il più grande avversario del relativismo? Papa Ratzi. Possibile che la scelta sia così limitata? E se la verità fosse, come sempre, nella sintesi? Quella sintesi che è paradossale e dunque non riusciamo a metabolizzarla (relativismo e assolutismo insieme). E’ difficile rivoluzionare un così radicato punto di vista. Ma vale sempre la pena provare.
Il numero ZERO (invenzione araba) è stato duramente combattuto per tutto il periodo classico, ellenico e quasi tutto l’impero romano, prima che gli occidentali ne adottassero l’ostico concetto. Un concetto molto pericoloso per la logica; un numero troppo fuori dagli schemi per poterlo inserire nel sistema senza controindicazioni (quanto fa 5/0? Provate con una calcolatrice, anche quella del pc…).
Fino ai giorni nostri ci portiamo appresso questo retaggio di presunzione; anche l’intellettuale più umile e ben disposto non può fare a meno di ritenere che i propri valori moderni che nascono con la rivoluzione francese e l’illuminismo, ci rendano migliori degli altri popoli che non sono “secolarizzati”. A mio avviso questo termine è spesso usato a sproposito. Se si guarda sotto una certa prospettiva, il mondo islamico fa parte dell’occidente come ne fanno parte i paesi dell’est Europa; fino all’inizio del secolo scorso l’impero ottomano faceva parte dell’Europa. Può sembrare bizzarra come categorizzazione, ma solo se non la si contrappone ad un oriente in cui l’idea di un concetto non è mai così specifica come da noi e ragionare ha a che fare con altri organi oltre alla testa. In questa distinzione paesi dell’est Europa e i paesi islamici rappresentano, ciascuno a modo suo, un ibrido tra le due culture, anche se la loro chiusura mentale è tipica degli occidentali.
Il nostro spiritualismo è da discount: noi diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, per evitare conflitti tra poteri; in molti paesi del mondo islamico questi due poteri non sono separati; non hanno secolarizzato. Ma come si fa a parlare in questi termini di Paesi come Cina, Giappone o India? Là non puoi neanche parlare dei due argomenti separatamente; le loro categorie, se così si possono chiamare, sono molto più sfumate e sembra che nei loro modi di vedere, ogni cosa sia collegata a tutto il resto. Come capisci il comunismo in Cina se cerchi risposte in Marx e Lenin senza considerare Confucio o il Buddismo? Come puoi parlare del sistema di caste in India senza implicare un discorso religioso, filosofico, sociale? Da noi ormai la casta è solamente una questione politica, perché l’età dei lumi ha stabilito che tutti gli uomini nascono uguali. E questo concetto ci piace tanto che lo estendiamo anche agli altri popoli. Anche a loro insaputa; per il loro bene. Mi fa pensare alla storiella di “esportare democrazia”.
Al livello individuale i più ingenui si accontentano del dogma religioso che gli propina il sistema-Paese in cui è nato, senza porsi il dubbio che se fossero nati nell’altro emisfero è presumibile che la loro fede cieca sarebbe stata nei confronti di un’altra divinità. D’altronde i più aperti di noi cercano nelle filosofie orientali ciò che abbiamo perso da secoli e, non potendo ovviamente affittare una spiritualità da una cultura altra, ci ritroviamo a scimmiottare pratiche ascetiche e di meditazione o a intuire senza poter sentire profondamente la maggiore completezza della visione orientale e continuiamo a pendere dalle labbra del para-guru di turno in una specie di fumettistico balletto etno-new-age in cui si mescolano insieme Buddismo, Matrix, Shiva, tatuaggi Inca, portafortuna e tamburi africani, cinema di Hong Kong, didjeridoo, dreadlock, incenso alla vaniglia, copricapi peruviani, tarocchi e Handy Warhol. E chi più ne ha più rimorchia.
Questo è l’errore dell’occidente. Un errore che si evolve e si protrae come un essere vivente indipendente, ma che non si estingue mai. Ogni cultura ha i suoi errori. Da italiano però mi sento in diritto di parlare solo di quelli della mia.
Diceva Cartesio “Cogito ergo sum”. E tutti appresso come pecoroni, perché ci soddisfa come concezione dell’esistenza. Perché è il modo più funzionale per affrontare il mistero della vita; perché la nostra cultura è andata via via sempre più strutturando sistemi sociali razionali, basati su criteri comuni a tutti, non su ridicole e personali superstizioni. Questo ci ha reso la civiltà più progredita da un punto di vista tecnico e quando la nostra strada si è separata da quella del popolo islamico, quanto più loro erano legati alla religione e alla tradizione, tanto più noi ci affidavamo ai lumi per capire, morto Dio, chi dovesse decidere cosa fosse il bene pubblico. Cinesi e mediorientali erano più avanti di noi prima, eravamo noi i barbari da un certo punto di vista. Poi abbiamo scelto la conoscenza scientifica, ma a prezzo di perdere Dio, l’anima. L’archetipo è quello di Faust.
Dobbiamo accettare che l’esistenza batte tutte le strade possibili prima o poi e noi siamo solo una strada tra le tante; la democrazia è il peggior regime possibile; esclusi tutti gli altri, diceva Churchill. Questo può essere vero ora, ma magari non sarà così per sempre. La questione non è chi ha ragione e chi torto; è accettare che tutto è vero se ci si crede. Cogito ergo sum? Allora perché non “dormo dunque sono”? Maometto è il Profeta. Gesù è il Messia. E il Messia deve ancora arrivare. Sono tutte delle verità. E se questa contraddizione vi infastidisce perché è un paradosso, vi conviene farci l’abitudine.
Lerrore è la norma.


